Le “trovature” di Palermo, tesori incantati disseminati in città…

Da bambina mia nonna si divertiva a narrarmi storie fantastiche e assieme reali. La sintesi veniva trovata nell’humus fertile della cultura popolare che tutto mescola per cibare quella fame di trascendenza che da sempre ammanta gli uomini nel loro tentativo di esorcizzare la morte e forse anche la vita. Storie di donne innamorate e non corrisposte che adirate si divertivano a far fare le “maarie” ai loro amanti. Racconti di “magare” pronte a farcire di spilli le uova e a nasconderle in soffitta affinché le maledizioni si abbattessero su tutta discendenza. Galline indemoniate, capelli intrecciati, vestiti incantati e diavolerie di ogni genere.

Ma le narrazioni che preferivo in assoluto erano quelle legate alle cosiddette “trovature”, tesori nascosti in posti incredibilmente assurdi, accompagnati da un’aurea di sortilegio e magia non facile da sciogliere e districare. Altro che mappa dei pirati!

Nel migliore dei casi le trovature si trovavano sotto i mattoni delle case dismesse o tra la lana dei materassi e ad annunciarle, sempre in sogno naturalmente, era un caro defunto. Quante volte ho sperato di poter trovare in soffitta un tesoretto dei miei bisnonni…

Come sostiene Rosario La Duca, la ricerca dei tesori nascosti si lega alla realtà storica della nostra Sicilia da sempre preda di eserciti stranieri. Non stupisce quindi la messa in salvo di monete e monili da parte dei suoi abitanti. Tra l’altro in epoca normanna si sentì la necessità di regolamentare l’attività di ricerca da parte di privati e di eredi delle tante “pignate” seppellite chissà dove a testimonianza del fatto che di tesori nascosti la nostra terra ne era piena. Da qui il diffondersi fantasioso di storie legate a tesori incantati. I siciliani sono dei gran chiacchieroni.

Ma se volessimo andare in giro per Palermo a cercare tesori? Dove dovremmo recarci esattamente? Ed è sempre La Duca a venire in nostro soccorso parlandoci di Monte Pellegrino, o meglio della Chiesa della nostra Santuzza. Si cunta e si rapprisenta che proprio sotto la croce sia nascosto un tesoro, ma per poterne entrare in possesso bisogna sottoporsi ad un esercizio non proprio semplice. Prima di tutto bisogna munirsi di un bicchiere colmo di vino, posizionarsi all’inizio della scala del monte e correre in modo tale da arrivare sotto la croce a mezzanotte in punto senza far cadere neppure una goccia dal bicchiere. Impresa difficile? Provare non costa nulla. un altro tesoro incantato chiamato “il passerello” pare sia sepolto in mare e impossibile da individuare via terra, oppure la “trovatura della Pietra della Gaipa”, sita nelle grotte di Romagnolo, ma mai trovata.

Si racconta che un uomo un giorno andò alla ricerca della Trovatura del monte Cuccio, un tesoro svelabile solo a chi riesce a trovare un “pani di tri anni caudu”. L’uomo prese un pane vecchio di tre anni, lo scaldò, e si avventurò sul monte in cerca del tesoro, senza però trovarlo. La stessa notte sognò che i “tri anni” erano in realtà da interpretare come i “tri Anni”, così l’indomani radunò tre donne di nome Anna, e si fece preparare un pane. Salito di nuovo sul monte scavò e trovò una grande quantità di monete d’oro, argento e rame. Non disse niente a nessuno fino al giorno in cui, temendo di morire per una pestilenza, decise di svelare il segreto ai figli, i quali rinvennero la cassa piena di rame arrugginito e senza valore. Pena per un segreto mal custodito. Ma nelle giornate perse a rincorrere freneticamente il nulla del nostro tempo, fermarsi a scavare con curiosità la bellezza della nostra cultura popolare è come scovare tesori nascosti, obliati tra gli anfratti della nostra mediocrità quotidiana. Solo così sarà sciolto l’incantesimo e le pignate del sapere brilleranno ancora ai nostri occhi. Colmi di luce e meraviglia

di Mari Albanese

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